Chat Control: cos’è e perché sta facendo discutere in Europa

Chat Control cos’è e perché sta facendo discutere in Europa
Vito Domenico Amodio

Vito Domenico Amodio

Startup e Impresa
4 min. di lettura

C’è una proposta che, più di altre, sta mettendo in tensione due valori su cui l’esistenza stessa dell’Unione Europea: la tutela dei minori e il diritto alla riservatezza delle comunicazioni. Si chiama informalmente Chat Control, un’espressione che non compare nei testi ufficiali ma che è diventata il simbolo di un dibattito acceso, tecnico e profondamente politico che non riguarda solo giuristi o addetti ai lavori, ma chiunque utilizzi quotidianamente app di messaggistica, email o servizi digitali.

Cos’è il Chat Control

Con Chat Control ci si riferisce a una proposta di regolamento europeo pensata per contrastare la diffusione online di materiale di abuso sessuale su minori (CSAM – Child Sexual Abuse Material). L’obiettivo dichiarato è chiaro e difficilmente contestabile: individuare, segnalare e rimuovere contenuti illegali, proteggendo le vittime e prevenendo nuovi reati.

La novità, però, sta negli strumenti. La proposta prevede che i fornitori di servizi digitali, incluse app di messaggistica cifrata, possano essere obbligati a:

  • Analizzare i contenuti delle comunicazioni private;
  • Utilizzare sistemi automatizzati di rilevamento (anche basati su intelligenza artificiale);
  • Segnalare alle autorità competenti i contenuti sospetti.

Il nodo centrale: sicurezza contro privacy

Il cuore del dibattito non è se proteggere i minori, su questo esiste un consenso quasi unanime, ma come farlo senza intaccare diritti fondamentali. In particolare, il diritto alla segretezza delle comunicazioni, sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE.

Molti esperti di cybersecurity e associazioni per i diritti digitali mettono in guardia da un rischio strutturale: per analizzare i messaggi privati, anche quelli protetti da crittografia end-to-end, è necessario introdurre forme di scansione lato client o indebolire la cifratura stessa. In altre parole, creare una “porta” che oggi dovrebbe servire per uno scopo legittimo, ma che domani potrebbe essere usata per altro.

La domanda, inevitabile, è:

una tecnologia pensata per il bene può restare per sempre confinata a quell’uso? La storia, a oggi insegna che no, non è possibile.

 

I dubbi tecnici (che diventano politici)

Dal punto di vista tecnologico, il Chat Control solleva interrogativi tutt’altro che teorici. I sistemi di rilevamento automatico non sono infallibili, anche con algoritmi avanzati, il rischio di falsi positivi è concreto, immagini legali, conversazioni private, contenuti medici o familiari potrebbero essere segnalati erroneamente.

 

Questo comporta conseguenze oggettivamente serie:

  • Segnalazioni ingiustificate alle autorità;
  • Analisi umane successive su contenuti privati;
  • Potenziale criminalizzazione di comportamenti leciti.

Una questione di precedenti

Uno degli argomenti più forti dei critici del Chat Control non è tecnologico, ma storico. Le infrastrutture di sorveglianza, una volta create, tendono ad ampliarsi. Oggi il perimetro è il contrasto agli abusi sui minori, ma domani potrebbe includere terrorismo, disinformazione, reati d’odio, fino a scivolare in ambiti sempre più ambigui.

Non è allarmismo, ma una lezione che l’Europa conosce bene: i diritti fondamentali raramente vengono erosi in un solo colpo, più spesso attraverso eccezioni “necessarie” che diventano normalità.

Una delle frasi più ricorrenti nel dibattito pubblico è: “Se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere”, ma questa è una semplificazione pericolosa. La privacy non è uno strumento per nascondere illeciti, ma una condizione per esercitare libertà di pensiero, di espressione, di relazione.

Giornalisti, avvocati, medici, attivisti, ma anche cittadini comuni, utilizzano ogni giorno comunicazioni private per scopi legittimi e sensibili. Introdurre un controllo sistematico significa modificare il rapporto di fiducia tra individuo e infrastruttura digitale.

In tutto ciò va detto con chiarezza che il problema che il Chat Control cerca di affrontare è reale e gravissimo. L’abuso sui minori online esiste, cresce e richiede risposte efficaci. Ma proprio per questo, le soluzioni dovrebbero essere solide, proporzionate e compatibili con lo stato di diritto.

Il rischio altrimenti, ottenere strumenti invasivi ma poco efficaci e indebolire diritti fondamentali senza risolvere il problema alla radice

Forse la vera domanda che l’Europa dovrebbe porsi non è solo se controllare le chat, ma quale modello di società digitale intende costruire nei prossimi decenni.

Difendere i minori è un dovere non negoziabile, ma anche la tutela della privacy lo è. Tenere insieme questi due principi è difficile, scomodo e richiede tempo, competenza e trasparenza.

Ed è proprio per questo che il dibattito non andrebbe semplificato, né chiuso in fretta. Quando si parla di controllo delle comunicazioni private, la fretta non è mai una buona consigliera.

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